Il triplice fischio che è partito dal cuore dello stadio Angelo Massimino di Catania è stato un mix di liberazione, dolore e spunto di riflessione. Con la conclusione della partita tra gli etnei e l’Ascoli, è terminata anche la stagione 2025-26 per le formazioni professionistiche e semi-professionistiche di calcio siciliano. Una annata a tinte decisamente più scure che chiare, sotto tanti punti di vista. La nostra isola nel calcio dei “pro” verrà rappresentato solo da due squadre: il Palermo in Serie B e i rossazzurri in C.
Abbiamo visto diverse società portare avanti obiettivi ambiziosi attraverso investimenti importanti, ma senza riuscire nell’intento annunciato. Abbiamo visto società che avrebbero dovuto rappresentare il nuovo che avanza nell’isola del pallone, ma che sono svanite in un ‘nulla di fatto’. E abbiamo visto realtà storiche sciogliersi come una granita che per troppo tempo rimane nel suo bicchiere, senza che nessuno si accorga della sua presenza al tavolino di un bar.
Insomma, il calcio siciliano vede calare tristemente il sipario su una stagione terribile. A memoria di chi scrive, è senza dubbio la peggiore annata per tutto il movimento, facendo sempre riferimento al professionismo e al semi-professionismo. Va detto che sotto a questa montagna di cenere generata da mostri di argilla, c’è ancora un cuore pulsante che vuole battere e cerca di farsi sentire. Ma al momento è davvero difficile vedere del buono in un movimento che continua a leccarsi le ferite, senza prospettive troppo rosee per il futuro.
Palermo e Catania: condotte diverse, risultato identico
Il Palermo e il Catania hanno idealmente viaggiato a braccetto nella stagione appena conclusa. E non voglio fare riferimenti extra-calcistici dovuti a riavvicinamenti (almeno via social) tra le due tifoserie per fatti che col pallone c’entrano fino a un certo punto. L’annata dei rosanero e dei rossazzurri è iniziata ed è finita allo stesso modo. Stessi proclami, stessi obiettivi, stessa proprietà forte e stessa tifoseria passionale. Sono stati però i risultati a far venire i nodi al pettine.
Il “vorrei ma non posso” rosanero
Il Palermo ha iniziato all’insegna della riqualificazione di una rosa flagellata da scelte tecniche e dirigenziali incomprensibili nel 2024-25. Di innesti ce ne sono stati pochi ma mirati, in primis quello che è stato accolto come il miglior allenatore sulla piazza: Filippo Inzaghi. Sotto la sua guida tanti giocatori sono rinati (basti pensare all’inversione di rendimento di Pierozzi e Ranocchia). Tuttavia, ciò non è bastato per arrivare al traguardo a braccia alzate. È bastata una notte sportivamente tragica vissuta a Catanzaro per gettare alle ortiche una rincorsa durata per quasi 6 mesi. Il City Football Group, silente come sempre, resta a guardare e valuta le nuove mosse per un altro campionato da giocare sotto i riflettori.
La conferma di Filippo Inzaghi e del direttore sportivo Carlo Osti sono le basi di ripartenza. Appare necessario un intervento deciso in sede di calciomercato, prima delle tre settimane di ritiro in Val Gardena. Il fresco di Santa Caterina potrebbe rendere meno bollenti gli spiriti e valutare ogni mossa con lucidità. Resta però la convulsione di un mese di agosto frenetico: la fine del ritiro, il viaggio in Australia, il ritorno last minute per affrontare il Lecce in Coppa Italia e poi l’esordio in campionato. Non sarà un po’ troppo, se si considera che le gambe di capitan Bani e compagni saranno pesantissime?
Il Catania e la capacità di autodistruggersi
E poi c’è il Catania, che a differenza dei “rivali” isolani è intervenuto sul mercato estivo con una potenza di fuoco di rara intensità. Messi alle spalle gli incredibili problemi societari dell’estate 2024, Pelligra ha messo a disposizione di Toscano uno squadrone. Rispetto a quanto si è visto nella stagione precedente, il tecnico calabrese arriva ai nastri di partenza con ottime sensazioni e con tutti gli elementi al proprio posto. E le ambizioni sembrano essere assecondate dai risultati e da una lotta all’ultimo gol con il Benevento.
Poi succede l’imponderabile. La squadra avverte una flessione inattesa all’inizio del 2026 e perde terreno su un Benevento che invece vola. E con l’arrivo della primavera, volano gli stracci. Viene esonerato Toscano, al suo posto arriva Viali e saluta la compagnia anche il ds Pastore. Passano poche partite e torna in panchina il mister calabrese. Una condotta tafazziana che avvicina nel peggiore dei modi la squadra ai playoff, con tanto di fuga mordi e fuggi verso Veronello per “rasserenare il gruppo”. Peccato che, una volta in campo, il conto sia il seguente: una sola vittoria e una sola porta inviolata (che fino a febbraio era stato il piatto forte della casa) in quattro partite. Il gigante è stato capace di autodistruggersi e ora è in arrivo un’altra ripartenza. Sarà la volta buona?
Trapani e Siracusa, non basta un velo pietoso
E poi ci sono Trapani e Siracusa, due società che hanno rappresentato – chi più chi meno – il peggio della gestione sportiva e calcistica in Sicilia nell’annata appena conclusa. Entrambe oggetto di pesanti penalizzazioni in termini di punti, entrambe retrocesse dalla C alla D, entrambe capaci di cancellare in maniera repentina quanto di buono era stato fatto con pazienza e (apparente) lungimiranza negli anni precedenti.
Trapani, sono solo fantasmi?
È quasi inutile dire che il Trapani abbia iniziato la stagione da zoppo. La prima penalizzazione comminata per il “caso Alfieri” è stata la punta dell’iceberg, ma qui emergono le qualità sportive e umane del gruppo forgiato da Salvatore Aronica. Azzerare subito il deficit di punti e farlo con quella qualità e serenità mentale non era scontato. Andare avanti nonostante nuove penalità ha fatto sì che gli uomini presenti nello spogliatoio granata ne venissero fuori forgiati nell’animo e nella testa.
Intanto Valerio Antonini portava avanti la caccia ai fantasmi, sia nel calcio che soprattutto nel basket. Va apprezzata la forza d’animo con cui continua a lottare contro i mulini a vento da novello Don Chisciotte, e solo l’eventuale verità lo renderà libero da queste lotte, sia interiori che con eventuali detrattori.
Poi, però, i nodi vengono al pettine in maniera inequivocabile. Quasi tutto il gruppo squadra, consapevole di dover affrontare un girone di ritorno tra lacrime e sangue e con la possibilità di perlustrare nuovi lidi, lascia Aronica con il cerino in mano. Antonini, alle prese anche con le bizze di un Mussi in versione “procacciatore di taglie”, allestisce alla bell’e meglio un roster con cui arrivare in fondo al campionato. Arrivano giocatori senza ritmo partita o con poche motivazioni, che portano come conseguenza inevitabile un crollo delle prestazioni e dei risultati. Al momento parlare di futuro è quanto mai fuori luogo, ma appare difficile fare peggio.
Siracusa sedotto e abbandonato
Il panorama tutt’altro che lusinghiero sul calcio siciliano nell’annata appena trascorsa si completa con il Siracusa. E lo dico fin da principio: non è affatto un bel panorama. Se si dice che “chi ben comincia è a metà dell’opera”, al contrario chi si ritrova con 13 tesserati ad agosto per un preliminare di Coppa Italia non può di certo essere sereno. Ed è proprio questo il mood con cui Marco Turati ha iniziato la stagione più difficile della sua carriera, che tra l’altro era anche la prima da capo allenatore tra i professionisti. Insomma, le premesse per un naufragio c’erano tutte.
E per non essere tacciati di incoerenza, ecco che i problemi e le difficoltà proseguono lungo tutto l’arco della stagione. La squadra sul campo ci mette cuore e talento per provare a venirne a galla, ma il 2026 è l’anno del de profundis. Di fatto Alessandro Ricci sparisce e con lui i fondi necessari per garantire il regolamento prosieguo del campionato. I punti che vengono fatti quasi ogni domenica vengono portati via a suon di penalizzazioni. E in un derby surreale giocato con quel che resta del Trapani, arriva l’aritmetica retrocessione in D, dodici mesi dopo la festa promozione. Anche in questo caso, parlare di futuro è un esercizio misto di insana follia ed eccessivo ottimismo.
Il calcio siciliano arranca tra i dilettanti
La stagione appena trascorsa, come se non bastasse, ha visto interrompere anche una striscia positiva per quel che riguarda la Serie D. Negli ultimi 6 anni, infatti, ben 4 volte il Girone I è stato vinto da una squadra siciliana. Nessuno, però, è riuscito a dare seguito a quanto fatto da Palermo, Catania, Trapani e Siracusa.
Gran parte del demerito va addossato alla Nissa, la quale ha dato la dimostrazione di un assunto fondamentale, dimenticato troppo facilmente tra i dilettanti. In certe categorie spendere e spandere non basta, e molto spesso non serve. Occorrono organizzazione, coesione e lavoro quotidiano, in campo ma soprattutto fuori. Non è un caso che dopo il rimpasto tecnico (Di Gaetano in panchina) e dirigenziale (Marrone amministratore unico), i biancoscudati abbiano iniziato a volare. Peccato, però, che non sia bastato ad arrestare la corsa del “principesco” Savoia, che si è ripreso quel che il lockdown del 2020 gli ha con ogni probabilità tolto, a vantaggio del Palermo.
L’ultima possibilità per la squadra del presidente Luca Giovannone ricade nell’ipotesi ripescaggio in Serie C. C’è una bella montagna da scalare, ma le notizie che arrivano dal pianeta Lega Pro lasciano qualche flebile speranza.
Tragedia Messina, ma c’è (incredibilmente) di peggio
Ma ciò che allarma ancora di più è quel che è accaduto in basso. Inutile sottolineare che la copertina se la prende il Messina. Una società che ha dovuto lavorare tra le macerie, ma che ha preferito dare risalto alla forma più che alla sostanza. E fa male, alla lunga, pensare che l’unico buon ricordo di questa annata sia la sfilata di ex campioni avvenuta a novembre al “Franco Scoglio”. Il resto è la cronaca di un suicidio sportivo annunciato, dopo la scelta folle di rinunciare a Pippetto Romano e Giovanni Martello. Tra improvvisazione, caccia all’alibi e incapacità di ammettere gli errori, il disastro è servito.
E poi ci sono altre realtà che dimostrano che non è tutto oro quel che luccica. Il giocattolo Gela sfaldatosi settimana dopo settimana e mese dopo mese, con i giocatori che (ancora una volta) dimostrano che l’onore e l’essere uomini alberga ancora tra chi scende in campo. La situazione Enna, con il presidente Stompo che ha annunciato il disimpegno ma senza mezza garanzia per il futuro. L’incubo Acireale, con la retrocessione in Eccellenza che al momento appare forse la notizia meno brutta tra realtà e prospettiva. E come dimenticare il Paternò: inizio tra squilli di tromba, balconate, feste di piazza e proclami, poi il dramma sportivo.
Il calcio siciliano, dunque, sembra versare in uno stato di coma che (per fortuna) non è irreversibile. Lo sport, come la vita, è fatto di cicli. Arriveranno tempi decisamente migliori, come quelli che abbiamo vissuto non meno di 20 anni fa. E arriveranno nuovi palloni, dopo che gli ultimi sono stati bucati o lasciati sgonfiare. Il monito è il seguente: non bucatene altri, fatelo per la gente.

