Zdenek Zeman ricorda Totò Schillaci nelle ore successive alla sua morte. Il tecnico boemo ha speso bellissime parole nei confronti del compianto ex calciatore, che ci ha lasciato nella giornata di ieri a 59 anni. “Nessuno poteva stupirsi della sua esplosione, non chi avesse avuto modo di osservare anche una sola sua gara. Lui inseguiva la felicità che poteva cogliere solo segnando e creando le possibilità per vincere. Era un attaccante con i fiocchi. Per me era un giocatore vero, un ragazzo straordinariamente buono”, ha dichiarato l’allenatore.
Morte Schillaci, il ricordo di Zeman
In una lunga intervista rilasciata per la Gazzetta dello Sport, Zdenek Zeman ha fatto un ritratto del Totò Schillaci giocatore. “Calciatore con il fuoco dentro: voleva il campo, a qualsiasi costo, anche da infortunato. Non voleva rinunciare a nulla, amava esserci, divertirsi. Una volta si fece male, credo fosse stato operato mi pare a un menisco, ma in due settimane, tornò ad allenarsi. Stiamo parlando di trentacinque anni fa, quando i tempi di recupero erano chiaramente superiori a quelli attuali. Ne ricordo un’altra: alla vigilia di una gara particolare, assai sentita, certo importante, gli venne una caviglia più grossa di un melone, impossibile rischiarlo. Quasi mi implorò: mi faccia giocare, mister”.
“Glielo dissi, non puoi, non ti vorrei bene, ti rovinerei altre gare – prosegue Zeman – . Capì. Ma, come succede ogni tanto, quella esclusione fece rumore, non si era a conoscenza delle sue condizioni fisiche e nacquero le leggende metropolitane: in giro pensavano che avessimo litigato, qualcuno così disse o scrisse. Finì in risata tra me e lui: ma come si faceva ad avere una discussione con un ragazzo del genere?”.
Il fiuto del gol di Totò
Zeman, dopo la morte di Schillaci, ne ricorda la sua grande capacità di andare in gol. Uno score pazzesco anche per via di un modo di calciare non convenzionale: “Segnava con una naturalezza impressionante anche nelle situazioni più complicate. Tu non ne avevi percezione di quello che stava accadendo ma lui sì: calciava in maniera diabolica, la palla prendeva strani giri, non capivi mai prima dove andasse a finire. Ma era scontato l’esito, spesso”.
Fuori dal campo, invece, Totò Schillaci era una persona umile e tranquilla. Zeman lo dipinge così: “Un sempliciotto, nei rapporti ci sapeva stare, era un buono. Da me – però in genere da qualsiasi allenatore – voleva solo il pallone, gli bastava quello per essere felice e per sentirsi realizzato. A Messina lo trovai già nella fase evolutiva, aveva cominciato con Scoglio. Ma poi insieme vivemmo una stagione emozionante, divenne capocannoniere della B e mio zio Vycpalek, che ricopriva il ruolo di osservatore della Juve, lo segnalò ai bianconeri”.
Morte Schillaci, Zeman tra Juventus e Italia ’90
Dopo il Messina di Zeman, Totò Schillaci approdò alla Juventus. Il tecnico boemo ha fatto capire che non era difficile prevedere il suo exploit in bianconero. “Alla Juventus si impose immediatamente e penso che chi ebbe modo di vederlo e di conoscerlo non abbia mai avuto dubbi che riuscisse a dimostrare ciò che si portava dentro. Una fame per il gol che lo aiutava a divorare i palloni: non aveva un solo modo di far gol, ne conosceva tanti; e non c’era uno schema che preferisse a un altro, lui la porta la sentiva anche se non la vedeva”, dice.
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E poi ci fu il Mondiale di Italia ’90, l’apoteosi della carriera di Totò Schillaci. Il ricordo da parte di Zeman si trasferisce a quella magica estate: “Lì fu travolgente, il simbolo di un’estate piena di gioia per il Paese, almeno fino alla semifinale. C’era lo Schillaci più pieno in quelle serate, ardeva, avvertiva che era arrivato il suo momento e non se lo lasciava scappare. Emanava luce, ogni pallone che toccava diventava gol: mi pareva di rivederlo poco più che bambino in quelle sfide in cui puntualmente mi puniva. Certi segnali già si avvertivano”.
Infine Zdenek Zeman ricorda l’ultima volta in cui ha incontrato Totò Schillaci prima della sua morte. Il suo racconto si conclude con una riflessione molto amara: “Penso due anni fa o forse tre, a Fiumicino. Totò andava a Palermo, io in giro per qualche trasferta. Ci abbracciammo, mi disse: andiamocene in Cina. Ridemmo e ci divertimmo. La vita adesso non è stata amica nei suoi confronti”.

