Federico Buffa racconta Kobe Bryant nel suo spettacolo “Otto Infinito”. Il noto giornalista, che per anni ha narrato le vicende della NBA su Sky Sport insieme a Flavio Tranquillo, arriva in Sicilia per un lungo viaggio nella vita e nella carriera di uno degli sportivi più celebri, forti e vincenti di sempre. Ai microfoni di Sporticily sono emersi episodi, alcuni dei quali esclusivi, che dovrebbero essere oggetto dello stesso spettacolo.
Kobe Bryant e l’influenza dell’Italia
Federico Buffa ha sottolineato una delle grandi forze di Kobe Bryant nella sua vita e nella sua carriera. La crescita adolescenziale avvenuta in Italia, mentre papà Joe giocava nel nostro campionato, è stata fondamentale. E anche quando è tornato negli Stati Uniti, il compianto campione ha superato ogni ostacolo: “I campioni americani non crescono in un altro Paese, quindi l’essere cresciuto in Italia gli allarga le prospettive in maniera enorme. Quando torna negli Stati Uniti non ha un’identità afro-americana e questo è un problema. Visto che si sente messo sulla Terra per primeggiare, sente che il campo parlerà per lui e non abbandonerà mai questa traiettoria”.
Un’altra delle grandi forze di Kobe Bryant è stata la resilienza a fronte dei tanti problemi fisici, soprattutto a fine carriera. Federico Buffa ci ha tenuto a porre l’accento su questo aspetto. E torna il tema della tragedia greca, emerso nella prima parte dell’intervista: “Kobe ha una volontà di potenza ineguagliabile. Ha giocato in condizioni impossibili, ogni tipo di infortunio e non si lamenta mai. Si rompe il tendine e lui si comporta come se gli fosse uscita una scarpa. Rientra dopo 8 mesi e si rompe il ginocchio. Capisce che è finita e decide di fare il tour di addio, che Michael Jordan non aveva fatto. Lo fa per tornare nella città che di più lo aveva osteggiato, ma che è anche quella in cui è nato. Ci sono tutti gli elementi di una tragedia greca, al di là del finale”.
Un sogno chiamato Casa Bianca
Il grande rapporto tra Kobe Bryant e la figlia Gianna, morta con lui il 26 gennaio 2020, è sempre stato fortissimo. Nella sua morte, Federico Buffa trova il confronto con quella di un grande sportivo italiano, Gaetano Scirea: “Kobe insegna a Gianna che il problema non è piangere, ma quel che fai dopo aver pianto. È una lezione che vale a qualsiasi livello, la reazione alle difficoltà e la logica stringente di come reagiamo agli stimoli provenienti dall’esterno. Sono rimasto all’idea che Kobe muoia come Gaetano Scirea: non muore sull’impatto, ma ha 7 secondi per capire che sta per morire carbonizzato. La differenza è che al fianco a lui ha l’amore della sua vita, la figlia Gianna. La moglie Vanessa sostiene che fosse meglio così, perché nessuno dei due avrebbe potuto sopravvivere alla morte dell’altro”.
Il legame tra Kobe Bryant e l’Italia tornerà anche negli anni a venire. Uno degli obiettivi del compianto campione era quello di far crescere la figlia Gianna nel nostro Paese. Il tutto, però, senza dimenticare le origini americane: “Kobe con il padre aveva acquistato l’Olimpia Milano: pessimo affare che non gli perdonò mai. Il momento in cui la famiglia è stata più unita riguarda il periodo a Pistoia. E quando è tornato in Italia, è voluto tornare lì. L’idea era quella di far crescere la figlia in Italia perché gli ricordava l’armonia della sua crescita. Il mondo americano è troppo aggressivo e competitivo, pensava che fosse più bello dare un’educazione più ampia, vivendo a contatto con l’arte. Non ha fatto in tempo per tanti motivi, ma certamente sarebbe venuto in Italia con Gianna e non sappiamo cosa sarebbe successo. C’è chi sostiene che avrebbe voluto diventare Presidente degli Stati Uniti”.
Kobe Bryant e l’episodio di Pechino 2008
Dall’intervista realizzata per Sporticily, Federico Buffa fa emergere alcuni aspetti del Kobe Bryant sportivo. In primis la sua ossessione per la vittoria, che però non lo rendeva una persona diversa da quella di tutti i giorni. Un lato che lo distingueva da un’altra leggenda, ovvero Diego Armando Maradona: “Anche Federer è un ossessivo compulsivo, solo che è più bravo a farlo vedere meno. I campioni sono ossessivo-compulsivi, questa è la loro benzina. Quando scrivi di Maradona, scrivi di un altro essere umano in cui c’è di più. Kobe è picchi e vallate come Diego, ma è sempre presente a sé stesso, non c’è una parte che confligge con lui. In Kobe non c’è la conflittualità e la voglia di rivincita di Diego”.
Infine emerge un episodio, risalente ai Giochi Olimpici di Pechino 2008. La finale per la medaglia d’oro oppose i suoi Stati Uniti alla Spagna del grande amico e compagno di squadra Pau Gasol. Tuttavia, al primo possesso Kobe Bryant colpì quest’ultimo con una gomitata. Un messaggio lanciato ai connazionali, di cui si tornò a parlare non appena iniziò una nuova stagione NBA: “In campo Kobe non aveva fratelli. Quando Pau Gasol tornò a Los Angeles per la preparazione, lui gli mise sull’armadietto la medaglia d’oro vinta a Pechino. Da lì Kobe crea gli elementi per vincere il campionato. Essendo due persone di intelligenza molto avanzata, si scambiano i loro pensieri l’uno nella lingua dell’altra: Kobe in spagnolo, Pau in inglese”.

